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In data 30 maggio 2017, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e il Garante per la protezione dei dati personali hanno avviato congiuntamente un’Indagine Conoscitiva per meglio comprendere le implicazioni per la privacy, la regolazione, la tutela del consumatore e l’antitrust, dello sviluppo dell’economia digitale e, in particolare, del fenomeno dei Big Data. La disponibilità dei dati è infatti sempre più rilevante per l’ottimizzazione di processi e decisioni, per l’innovazione e per l’efficiente funzionamento dei mercati e i Big Data rappresentano un fenomeno che non è limitato a specifici settori ma investe l’economia nel suo complesso. Inoltre, lo sviluppo dell’economia data driven ha implicazioni non solo sul funzionamento dei mercati e sul benessere dei consumatori, ma anche sotto il profilo sociale e democratico. Le nuove forme in cui si manifesta il potere di mercato meritano, dunque, un’attenta valutazione per le implicazioni economiche e sociali che possono avere.

Every year the European Parliament celebrates International Women's Day with an event that brings together European and national MPs from parliamentary committees for equal opportunities. In 2013 the event will focus on the theme "Women's response to the crisis".
Un consumatore consapevole delle implicazioni della nuova rivoluzione digitale può esercitare i propri diritti senza essere strumentalizzato e contribuire a promuovere le imprese che investono nello sviluppo sostenibile.
“La rivoluzione digitale in atto sta modificando sensibilmente il rapporto tra aziende, consumatori e associazioni dei consumatori, in particolare per i cittadini in termini di conoscenza dei propri diritti e di consapevolezza delle proprie responsabilità.” Così Sergio Veroli Presidente di Consumers’ Forum a margine del convegno “Agenda 2030: cambiamento sociale e priorità per il consumerismo”, tenutosi a Milano presso Le Village by CA, organizzato da Consumers’ Forum per celebrare i venti anni di attività e riflettere sul ruolo attuale del consumerismo.
Continua Veroli: “Tutto ciò richiede da una parte una rivisitazione importante della normativa che regola il consumerismo a partire dal Codice del consumo. Dall’altra uno sforzo congiunto delle associazioni dei consumatori e delle imprese più virtuose, a investire in formazione e informazione al consumatore, per renderlo consapevole dell’impatto che hanno la scelte di acquisto che effettua e i pericoli nascosti nell’utilizzo del digitale e della tecnologia. L’educazione al consumo consapevole è perciò più che mai fondamentale nel digitale.”
Infine Veroli: “Queste riflessioni vanno tutte ricondotte a sistema dentro la cornice dell’Agenda 2030 e ai temi dello sviluppo sostenibile. Abbattere le diseguaglianze è fondamentale, che siano economiche, informative o tecnologiche. In tema di sviluppo sostenibile, al rispetto dei lavoratori e dell’ambiente vorrei aggiungere il rispetto delle nuove generazioni, poiché un aumento fuori controllo del debito pubblico per spese correnti e improduttive graverà totalmente sulle loro spalle.“
Il convegno è stato aperto da Sergio Veroli Presidente di Consumers’ Forum e moderato da Ivo Ferrario Direttore comunicazione e relazioni esterne Centromarca.
Nando Pagnoncelli Presidente di Ipsos Italia ha guidato i partecipanti attraverso i recenti cambiamenti della società e le ragioni per cui spesso fatti e percezioni non collimano. Quali implicazioni per i consumatori e per i loro diritti? Così Pagnoncelli: "Oggi viviamo in un'epoca di enormi cambiamenti e di grandi contraddizioni. Siamo nell'era, da una parte della disintermediazione dei cittadini dai corpi intermedi e dall'altra nell'era del processo di re-intermediazione inconsapevole dei cittadini nel digitale grazie agli algoritmi che ne governano le scelte. E questo ha un importante impatto sui consumi e sugli investimenti".
E ancora Pagnoncelli: "L'Italia, tra quattordici Paesi europei che Ipsos monitora da anni, è il Paese in cui si registra il divario più alto tra dati reali e dati percepiti. E questo divario lascia spazio a decisioni distorte, basate su scarso livello di istruzione, a decisioni prese a livello emozionale e create da una personale e limitata "dieta mediatica" e non basate sui fatti.
In questa ottica il consumerismo - conclude Pagnoncelli - ha un ruolo molto importante su cui riflettere. Si dovrebbe ricompattare perdendo i personalismi, riappropriandosi dei valori fondanti della tutela del cittadino e ragionando a lungo termine, insieme.”
Ne hanno discusso Domenico De Masi Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l'Università “La Sapienza” di Roma, Enrico Giovannini Portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Marcello Minenna Economist, Michele Mezza Docente di culture digitali presso l’Università “Federico II” di Napoli e Dominique Pasquier CEO di Agos e Presidente Le Village by CA.

Un pacchetto di proposte rafforzerà ulteriormente le norme dell'UE sulla sicurezza dei prodotti e affronterà nuove minacce. Il mercato dei prodotti di consumo è sempre più sofisticato: i prodotti sono più complessi e provengono da un numero crescente di paesi. L'UE deve reagire aggiornando la strategia seguita per proteggere i consumatori dai prodotti pericolosi.
Consumers’ Forum, associazione indipendente composta dalle più importanti Associazioni di Consumatori, Istituzioni, numerose Imprese Industriali e di servizi e loro Associazioni di categoria, in occasione dei venti anni dalla sua nascita, si prefigge di fare il punto sul futuro del consumerismo, inquadrandolo nella cornice europea e stimolando la riflessione con accademici, esperti di economia, di diritto e di sostenibilità.
Nella puntata di venerdì 7 giugno di Attenti al Lupo, h 19.00 su TV2000 (CANALE 28, SKY CANALE 157, TIVÙSAT 18), gli esperti in studio Sergio Veroli Presidente di Consumers' Forum e Mauro Vergari Responsabile Ufficio Studi, Ricerche e Innovazioni Adiconsum nazionale, si confrontano sulle procedure di conciliazione, ovvero quei meccanismi per la soluzione delle controversie che evitano il ricorso al Giudice, lo strumento più rapido ed economico per risolvere i reclami dei #consumatori verso le aziende.

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Lo scambio Iva - Imposte Dirette non aiuta l’economia.
Nel corso degli ultimi anni nel dibattito di politica economica si è affermata con rilievo crescente l’ipotesi di un cambiamento della struttura della fiscalità secondo la logica del passaggio della tassazione “dalle persone alle cose”, ovvero modificando la tassazione attraverso un aumento delle aliquote dell’Iva finalizzato alla riduzione del “cuneo fiscale”, quest’ultimo declinato in diverso modo a seconda delle proposte (meno Irap, meno Ire, e in qualche caso meno contributi sociali sul lavoro). In altre proposte lo “scambio” avviene a favore di una riduzione delle imposte sui profitti. La tesi sostenuta è che una riforma fiscale di questo genere aumenta il tasso di crescita dell’economia.
Tale tesi è stata proposta con frequenza, tanto che oramai la sua validità è assunta nel dibattito corrente. Eppure su questi temi le posizioni sono lungi dal convergere. Già dal punto di vista intuitivo si comprende come non sia scontato che da un semplice cambiamento della struttura della fiscalità possano derivare effetti sulla crescita: difatti, all’impatto positivo sui redditi e sulla domanda legato a un’imposta che si riduce se ne contrappone un altro, di segno opposto, dovuto all’altra imposta che aumenta.
L’effetto complessivo sulla domanda interna e sull’offerta di fattori produttivi dovrebbe quindi essere pressoché nullo.
Effetti incerti anche sulla crescita
L’idea di base con cui viene giustificato questo tipo di riforma fiscale è quella della “svalutazione fiscale”: con ciò si intende il fatto che la tassazione viene spostata dal luogo in cui i beni vengono prodotti verso il luogo in cui questi vengono acquistati.
In tal modo la tassazione che aumenta (l’Iva) coinvolge i beni prodotti solo se sono venduti all’interno del paese mentre, viceversa, non grava sulla quota dei prodotti esportati; inoltre essa coinvolge i beni importati. D’altra parte la riduzione del cuneo fiscale può favorire la riduzione del costo del lavoro aumentando la competitività delle
esportazioni.
A tale approccio si obietta innanzitutto il fatto che esso non tiene conto degli effetti di retroazione che possono derivare dalle variazioni dei prezzi relativi indotte dal cambiamento nella tassazione. Ad esempio, poniamo il caso di una riduzione degli oneri sociali o dell’Irap finanziata con aumento dell’Iva. In questo caso, la maggiore Iva farà aumentare i prezzi interni riducendo il potere d’acquisto delle retribuzioni. Questo in condizioni normali dà luogo
a incrementi salariali che possono pesare sull’andamento della competitività riducendo l’effetto della riduzione delle componenti del costo del lavoro diverse dal salario. Da un punto di vista teorico, quindi, guadagni di competitività significativi possono essere conseguiti a condizione che non vi sia alcuna reazione salariale rispetto all’aumento dei
prezzi indotto dall’Iva. Una tale ipotesi può essere quindi assunta, ma solo per un periodo breve e in condizioni straordinarie. Viceversa, assumendo comportamenti normali, la riduzione del costo del lavoro è di entità irrisoria, pari alla sola differenza fra la riduzione degli oneri sociali e l’aumento dei salari. Nell’ipotesi di un recupero pieno
della maggiore Iva da parte dei salari, si può anche verificare il caso di un aggravio del costo del lavoro a regime per le imprese
Per evitare questo effetto sarebbe preferibile finanziare con l’aumento dell’Iva una riduzione delle aliquote Ire, soprattutto sui redditi medio-bassi che sono i più colpiti dalla maggiore Iva. In tal caso però viene meno l’effetto di riduzione del costo del lavoro che invece caratterizza la riduzione degli oneri sociali. Si perde quindi l’obiettivo di aumentare la competitività, mentre l’impatto positivo sull’offerta di lavoro legato ai maggiori salari è comunque modesto visto che parte dell’aumento dei salari netti è compensato dall’aumento dell’Iva.
La materia, come si osserva, è complessa, e le valutazioni sugli esiti di una riforma fiscale di questo genere variano molto a seconda delle ipotesi adottate. Anche le analisi empiriche non pervengono a valutazioni di carattere conclusivo.
Da un canto l’effetto sulla competitività è modesto e dall’altro l’effetto espansivo sulla crescita che deriva dall’eventuale aumento delle esportazioni può essere neutralizzato dal fatto che l’aumento dei prezzi interni frena la crescita della domanda interna, e dei consumi in particolare.
Effetti redistributivi fra settori
Nonostante gli effetti in aggregato non siano univoci, uno scambio fiscale come quello descritto ha comunque effetti di carattere redistributivo che vanno tenuti in considerazione.
Il primo effetto è di carattere settoriale. Se è vero che lo scambio fiscale fra maggiore Iva e minori imposte sul lavoro avvantaggia tendenzialmente l’export a scapito della domanda interna, è allora anche vero che i settore esportatori traggono un beneficio netto da una manovra di questo genere, mentre ne vengono penalizzati quelli maggiormente legati all’andamento della domanda interna.
Naturalmente, una politica di questo genere può essere anche adottata da un Governo, al fine di modificare la struttura produttiva del paese. Risulterebbe però quanto meno singolare se questo tipo di politica venisse promossa in una fase come quella attuale in la domanda interna italiana ha subito una ampia contrazione, di quasi il 10 per cento rispetto ai livelli di inizio 2007, precedenti l’inizio della crisi.
Effetti redistributivi a sfavore dei redditi più deboli
Vi sono poi anche eventuali effetti di carattere redistributivo fra le diverse fasce di reddito. Difatti, di per sé l’aumento dell’Iva tende ad incidere in misura maggiore sui ceti medio-bassi, caratterizzati da una propensione al consumo più elevata. La distribuzione del gettito Iva ha difatti carattere regressivo, ovvero chi guadagna di meno tende a pagare in proporzione al suo reddito più Iva di chi guadagna di più. D’altra parte, la progressività del sistema fiscale è attuata principalmente attraverso l’andamento crescente delle aliquote dell’Ire.
Per neutralizzare questo aspetto occorrerebbe allora concentrare la riduzione del cuneo andando a ridurre l’Ire per i redditi più bassi, e questo comunque non risolverebbe il problema degli incapienti, cioè di coloro che hanno redditi così bassi da non pagare Ire e che quindi subirebbero gli effetti del rincaro Iva senza avvantaggiarsi dello sgravio Ire.
In altre ipotesi la redistribuzione del reddito peggiora, e in misura massima nel caso di un aumento Iva che va a finanziare la riduzione dell’Ires.
Effetti scarsi sull’evasione fiscale
Un altro argomento sostenuto per favorire lo scambio Iva – imposte dirette è rappresentato dal fatto che la distribuzione del gettito Iva, riflettendo quella dei consumi individuali, tende a trasferire gettito anche in capo a soggetti che non vengono colpiti dalle dirette in quanto nella condizione di evaderne una quota.
Anche questa argomentazione è semplicistica.
L’Iva è come noto la tipica imposta oggetto di “scambio fiscale” fra consumatore e produttore nel caso di evasione; all’aumentare dell’Iva risulta incentivato un tale scambio e dunque è possibile una riduzione della tax compliance da parte dei produttori. Peraltro, le stime disponibili suggeriscono che l’Iva è fra le imposte evase in misura maggiore.
Conclusioni
Una maggior crescita in economia non può essere quindi conseguita attraverso semplici
spostamenti della fiscalità. Richiede modifiche ben più sostanziali del sistema produttivo, induce a spostare l’enfasi delle politiche economiche in altra direzione: dal contenimento della spesa pubblica alla spending review, alle liberalizzazioni dei settori non sottoposti alla concorrenza.
Sulla scorta di queste considerazioni va scongiurato l’ aumento di un punto percentuale
dell’aliquota Iva del 21%, programmato nel luglio 2013, già inserito nella Legge di Stabilità varata dal Governo Monti. Secondo le stime elaborate da Ref Ricerche e Centro Studi Centromarca l’innalzamento dal 21% al 22%, determinerebbe una contrazione dei consumi delle famiglie, accompagnata da una riduzione del pil del - 0,1%, corrispondente a circa 2 miliardi di euro. Tutto ciò si tradurrebbe in un calo del gettito atteso per le casse dello Stato, stimato in quasi 1 miliardo di euro.
Sono altresì fuori luogo ipotesi di interventi sulle aliquote iva del 4 % e del 10% l’intervento avrebbe effetti negativi pesanti su inflazione, domanda, prodotto interno lordo e gettito fiscale. E si sommerebbe agli effetti negativi sul potere d’acquisto delle famiglie derivanti da un’imposizione fiscale da tutti considerata ormai insostenibile.
1 Senza complicare troppo l’analisi, va ricordato che parte dell’aumento dell’Iva va a ridurre il potere d’acquisto di redditi diversi dal lavoro. Anche questo può però traslarsi sulle domande salariali nella misura in cui la riduzione del potere d’acquisto delle pensioni modifica l’aspettativa sul livello di una componente differita del reddito attuale, soprattutto in un sistema pensionistico contributivo.
2 Fra le analisi che ridimensionano l’impatto sulla crescita dell’ipotesi di una “svalutazione fiscale” si segnala: Lipnka A. e von Thadden L. (2009) Monetary and fiscal policy aspect of indirect tax changes in a monetay union. European central bank Working paper n 1097. Nella rassegna contenuta in FMI (2011) Fiscal monitor si evidenziano invece effetti positivi sulla competitività e la crescita, ma per lo più circoscritti al breve periodo, e destinati ad essere riassorbiti in alcuni anni. Un recente studio sempre del Fondo monetario internazionale, Italay; selected issues (2013) indica che un aumento dell’Iva che finanzia una riduzione dei contributi sociali impatta sul Pil con una elasticità dello 0.5 per cento in dieci anni. Ovvero, un aumento dell’iva con un gettito di 10 miliardi che finanza una analoga riduzione dei contributi sociali determina un aumento del tasso di crescita del Pil pari allo 0.03%. Sempre secondo la stessa analisi se invece degli oneri sociali si riducono altre imposte, come l’Irap, l’effetto sulla crescita è ancora inferiore.

The IMCO Committee is organising a hearing on how to unleash the growth potential of the services sector, following the Commission's Communication on "A partnership for new growth in services 2012 -2015" (COM (2012) 261 final).
La Commissione europea ha pubblicato una nuova strategia con l'obiettivo di creare le condizioni favorevoli alla crescita sostenibile, un comportamente responsabile delle aziende e la creazione di lavori sostenibili nel medio e lungo periodo. Il Parlamento ha risposto con due relazioni sul tema, al voto mercoledì.
Il Notariato mette in pratica, per quanto di sua competenza, l'agenda digitale voluta dal Governo con il D.L. n. 179/2012, convertito dalla L. n. 221 del 17 dicembre 2012, facendosi trovare pronto per la stipula dei contratti pubblici di appalto di lavori, servizi e forniture, che, a partire dal primo gennaio di quest'anno, possono essere redatti dai notai solo con atto pubblico notarile informatico.
GIOVANI, ECONOMIA CIRCOLARE E LAVORO: INNOVAZIONE E BUONE PRATICHE
Napoli - Aula Magna del Polo Universitario di San Giovanni a Teduccio - Università degli Studi di Napoli Federico II - Corso Nicolangelo Protopisani 70 - ore 9.30 - 18.15. L’evento ha un duplice obiettivo: da un lato, presentare alle istituzioni locali e nazionali un quadro aggiornato sulle condizioni del mercato del lavoro nel Paese, avvalendosi anche dell’interlocuzione diretta con i giovani, e, dall’altro, mettere in evidenza esperienze e buone pratiche di rilevanza nazionale, approfondendo settori produttivi trasversali con focus sul territorio e sull’interconnessione delle filiere. In questo modo potranno essere discusse e approfondite due delle tematiche più rilevanti del Goal 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica) e del Goal 12 (Consumo e produzione responsabili) dell’Agenda 2030.

In 2013 the European Consumer Day is coming back to Brussels. The 15th edition of the event will be held in the EESC premises on 14 March 2013 and will focus on issues related to product safety and market surveillance.
Milano - mercoledì 26 giugno 2019 - Le Village by CA - Corso di Porta Romana, 61. Consumers’ Forum, in occasione dei venti anni dalla sua nascita, si prefigge di fare il punto sul futuro del consumerismo, inquadrandolo nella cornice europea e stimolando la riflessione con accademici, esperti di economia, di diritto e di sostenibilità.
Il 67% degli intervistati, in una recente ricerca svolta da Ipsos, ritengono importante scegliere marche che partecipano in modo
positivo alla società e sarebbero più propensi a raccomandare una marca che sostiene una buona causa.
I dati effettivi di acquisto tuttavia non sempre confermano questo trend di mercato poiché consumare “consapevolmente”
comporta mediamente una spesa maggiore per chi lo fa. E questo trova tutti i suoi limiti in un Paese come l’Italia dove ci sono
4,7 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, il 5%
delle famiglie più abbienti che detiene la stessa ricchezza del 75% delle famiglie non abbienti.
Abbattere le diseguaglianze è dunque fondamentale, che siano economiche, informative o tecnologiche.
Come conciliare la necessità di costruire un presente e un futuro più sostenibile per tutti con le asimmetrie economiche e
culturali del cittadino medio?
Se ne parlerà a Milano il 26 giugno 2019, insieme a Ricercatori, Accademici, Economisti e Esperti di Diritto e Sostenibilità,
in momento di approfondimento promosso da Consumers’ Forum, associazione indipendente composta dalle più importanti
Associazioni di Consumatori, Istituzioni, numerose Imprese Industriali e di servizi e loro Associazioni di categoria.