Comunicazioni con segno meno e Italia arretrata rispetto alla banda ultralarga: non si ferma la crisi delle comunicazioni in Italia, che nel 2014 sono scese a 52,4 miliardi, con una contrazione del 6% rispetto al 2013. Secondo la relazione annuale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni le Tlc sono scese del 7,7% (con la rete mobile in flessione di oltre il 10%), i servizi media del 3,2% e quelli postali del 2,3%.
Gli indicatori della banda ultralarga in Italia “presentano un grado di arretratezza preoccupante rispetto all’Europa”. Lo ha detto il presidente dell’Agcom, Angelo Marcello Cardan, che ha presentato ieri la relazione annuale dell’Agcom. L’Italia registra infatti un livello di copertura del 36% contro il 68% dell’Ue-28; in alcune zone c’è “totale assenza” di queste reti. Ancora più critica, ha proseguito Cardani, è la situazione se si considera il livello di penetrazione: solo il 4% delle famiglie utilizza connessioni superiori a 30 Mbps (contro il 26% dell’UE-28) e praticamente nulle sono le connessioni superiori a 100 Mega. Al contrario delle reti fisse di telecomunicazioni, l’Italia mostra invece un buon risultato nel mercato delle reti e servizi radiomobili. Il livello di copertura delle reti di terza generazione raggiunge il 98% (contro il 97% della media UE), in linea anche l’infrastrutturazione delle reti di ultima generazione (LTE) con il 77% della popolazione raggiunta (79% nell’Unione).
In generale, il macrosettore delle comunicazioni in Italia ha registrato nel 2014 un valore di 52,4 miliardi di euro, il 5,9% in meno (3,278 miliardi) rispetto al 2013. Ma la crisi attanaglia il settore ormai dal 2010. Il 61% del fatturato arriva dalle tlc (32,033 mld, -7,7% sul 2013), il 27% dai media (14,331 mld, -3,2%) e il 12% dai servizi postali (6,039 mld, -2,3%). Il comparto comunicazioni incide sul Pil per il 3,3% ed è tutto in rosso, con perdite in doppia cifra per la rete mobile (-10,4%), per l’editoria in generale (-10,7%) e per i periodici in particolare (-15,8%). Un confortante segno “più” arriva solo dal comparto Internet (+10% con fatturato di 1,632 mld) e dalla tv a pagamento (+1,4%, con fatturato di 3,370 mld), anche se è ancora la tv in chiaro a produrre i maggiori introiti (4,546 mld, -3,3% sul 2013).
Per il settore dell’informazione il calo dei ricavi, nell’ultimo quinquennio, è stato continuo e progressivo: i media “classici” (quotidiani, tv, radio) hanno complessivamente perso quasi 2 miliardi di euro, con una riduzione pari al 16% nel periodo 2010-2014, con punte superiori al 30% nel caso dei quotidiani. Mentre la TV, anche grazie alla sua funzione di intrattenimento, mantiene una posizione importante, i quotidiani soffrono di un declino strutturale.
Secondo Cardani in generale si sente la “necessità” di una riforma ampia della normativa italiana in materia di comunicazione, informazione e media, considerando che “il quadro esistente, tra l’altro molto frammentato e disomogeneo, è ormai obsoleto rispetto alle sfide imposte dal nuovo sistema”.
“In questo settore è necessario un radicale ripensamento del disegno istituzionale e regolamentare. In primo luogo occorre adottare un quadro di regole coordinate per i vari media, flessibile, al passo con l’evoluzione del sistema e in grado di continuare a garantire il pluralismo informativo. Il quadro dovrebbe tener conto in particolare delle specificità del web e del primario ruolo di mezzo di informazione che esso va assumendo in virtù dei molti operatori che agiscono come piattaforme di aggregazione, ricerca e condivisione sociale”. Ed “occorre rivedere anche il ruolo dell’intervento pubblico a sostegno del sistema nazionale e locale dell’informazione”.
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