I numeri dei buoni pasto sono alti: oltre due milioni di lavoratori che ne usufruiscono, circa 80mila i datori di lavoro che li utilizzano e oltre 100mila gli esercizi pubblici convenzionati; il fatturato generato dal mercato dei buoni pasto è di 2400 milioni di euro e l'incasso da ticket in un bar rappresenta un incasso variabile dal 20 all'80% del volume d'affari.
Cosa si può mangiare oggi con 5,29 euro? Di certo non si riesce a "pranzare", forse si riesce a comprare un panino, tramezzino o facaccina, con una bevanda. Il valore del buono pasto è rimasto fermo a 12 anni fa. E se, proprio in questo momento di crisi economica in cui i lavoratori dipendenti sono tra quelli che soffrono di più, si desse loro una mano, magari innalzando proprio il valore del buono pasto? Si darebbe, così, anche uno stimolo alla domanda, rispondendo alla crisi dei consumi e dando un sostegno ai redditi dei lavoratori che sono anche consumatori.
E' questa la proposta che arriva dalla Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi, e dalla Anseb, Associazione nazionale società emettitrici buoni pasto, affiancate in questa iniziativa dalle Associazioni dei consumatori e dai sindacati. Secondo la Fipe "aumentare il valore esentasse del buono pasto è un'iniezione di liquidità sul mercato dei consumi".
Un aumento a 10 euro del buono pasto produrrebbe un risparmio complessivo di 44 milioni di euro di imposte sul reddito, pari a 212 euro a persona.
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