L'opinione

Una ricerca pubblicata su “Nature” stima in 1.700-5.700 miliardi di dollari l'anno il danno ambientale del 10% dei consumatori più ricchi: in Europa rientra il 40-45% della popolazione, in Italia più di 20 milioni di persone

Un volo intercontinentale prenotato all'ultimo minuto, una casa riscaldata tutto l'inverno e un portafoglio di investimenti che finanzia miniere di carbone o centrali a gas. Ecco, basta questo al 10% della popolazione più "ricca" del pianeta per fare danni ambientali. In Italia, secondo le stime, si parla di oltre 20 milioni di persone: il concetto di ricchezza è qui su scala globale, non occidentale.

Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Communications Sustainability, realizzata da un gruppo di ricercatore della Leiden University, ha provato a stabilire il prezzo di questi gesti: il conto ambientale del 10% dei consumatori più ricchi del mondo vale tra 1.700 e 5.700 miliardi di dollari l'anno, pari a 2.300-7.500 dollari a persona. Anche nella stima più bassa, la cifra eguaglia già la somma di due fabbisogni finanziari internazionali: 675 miliardi l'anno necessari entro il 2030 per colmare il divario di finanziamento della biodiversità, secondo il Paulson Institute, e 993 miliardi l'anno per l'azione climatica, concordati alla Cop30 di Belém nel novembre 2025.

Il coautore dello studio Paul Behrens sintetizza così la posta in gioco: "Il 10% più ricco è importante non solo perché causa il danno maggiore, ma anche perché ha la maggiore capacità di ridurlo". Questo gruppo, spiega, pesa non solo come insieme di consumatori ma anche come investitore e datore di lavoro.

Il decile analizzato non coincide con l'immagine dei super-ricchi che viene subito in mente: lo studio considera chi spende, individualmente, più di 27.000 dollari l'anno al netto delle tasse (circa 23.700 euro), esclusi mutui e risparmi, una soglia che nei paesi ad alto reddito include una fascia di popolazione molto più ampia dei soli patrimoni miliardari.

L'Europa nel mirino
L'Unione Europea è tra i protagonisti involontari dello studio: il 40-45% della popolazione dei 27 Stati membri rientra in questo gruppo globale dei consumatori più impattanti, contro poco più della metà della popolazione negli Stati Uniti. Oltre il 60% del decile più ricco del mondo vive complessivamente in Stati Uniti e Unione Europea, contro il 2% circa in India. La Germania, unico paese europeo tra i sei casi analizzati insieme a Brasile, Cina, Egitto, India e Stati Uniti, vede la perdita di biodiversità pesare da sola per quasi la metà del proprio conto, anche nello scenario più prudente.

Inge Schrijver, prima autrice dello studio, riconosce il disagio etico di mettere un prezzo alla natura, il cui vero valore, dice, "è infinito"; per lei la priorità resta comunque prevenire il danno con regole più severe, non solo con strumenti fiscali.

Il metodo che mette insieme impronte di consumo e moneta
I ricercatori hanno calcolato il conto combinando le impronte di consumo del 10% più ricco, elaborate in un precedente studio su Nature del 2024 a firma di Tian e colleghi, con i valori monetari dell'Environmental Prices Handbook 2024. Le impronte coprono quattro dei nove confini planetari (clima, biodiversità, azoto e fosforo, acqua dolce); i prezzi, calcolati in origine per l'Unione Europea, sono stati convertiti in dollari del 2017 e adattati al prodotto interno lordo pro capite di ciascun paese, a eccezione dell'anidride carbonica, per cui è stato scelto un prezzo unico globale poiché il danno climatico non dipende dal luogo dell'emissione.

Le differenze tra i paesi
Il conto pro capite più alto riguarda gli Stati Uniti, dove il decile più ricco, ovvero chi guadagna a partire da circa 250 mila dollari l'anno, deve tra 19mila e 63mila dollari l'anno, pari al 6-20% del reddito o allo 0,8-3% del patrimonio; la sola stima centrale statunitense supera l'obiettivo di finanziamento climatico della COP30. L'India si colloca all'estremo opposto, con un conto di 410-1.400 dollari l'anno, tra lo 0,8% e il 2,8% del reddito.

Biodiversità e clima, un tema al centro del dibattito europeo
A livello globale, la perdita di biodiversità pesa per il 47-56% del conto totale, il cambiamento climatico per il 36-45%, l'azoto per il 6-8%, mentre acqua e fosforo restano sotto il 2% ciascuno: una distribuzione che conferma, secondo gli autori, la necessità di trattare insieme le politiche su clima e biodiversità.

Il tema si inserisce in un dibattito già vivo a Bruxelles, diviso tra chi cerca risorse per la transizione verde, come il rapporto Draghi che stima in 750-800 miliardi di euro l'anno il fabbisogno di investimenti aggiuntivi dell'Unione fino al 2030, e chi propone di tassare i grandi patrimoni, come l'economista Gabriel Zucman con la sua imposta minima del 2% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro, sostenuta anche da Oxfam. Lo studio pubblicato su Communications Sustainability non entra nel merito di queste proposte, ma la sua logica, far pagare a chi consuma e possiede di più, coincide con il principio "chi inquina paga" richiamato dagli autori.

Le implicazioni fiscali
Gli autori sono chiari: mettere un prezzo al danno non equivale a giustificarlo, ma orienta la tassazione ambientale verso chi ha più responsabilità e capacità di pagare. Una tassa sul carbonio uniforme rischia di essere regressiva se il gettito non viene redistribuito, mentre una tassazione sui consumi di lusso è più progressiva ma genera meno gettito. Le stime restano comunque prudenti, avvertono gli stessi autori: mancano prezzi per altri confini planetari, come uso del suolo e acidificazione degli oceani, e il calcolo esclude le emissioni legate agli investimenti finanziari, che secondo alcune stime superano la metà dell'impronta di carbonio delle fasce di reddito più alte.

Le conclusioni sono nette: il conto ambientale del 10% più ricco supera i fabbisogni di finanziamento per clima e biodiversità, e una politica mirata a questo gruppo potrebbe ridurre le emissioni, generare risorse per la transizione e migliorare l'equità sociale. Un'incognita resta aperta: se questa logica troverà spazio, tra Bruxelles e Roma, nelle prossime discussioni su fiscalità verde e patrimoniale.

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