Dossier TTIP: due voci delle Associazioni di Consumatori a confronto.

ttipConsumers’ Forum è un think tank composto da aziende, loro rappresentanze, associazioni di consumatori, istituzioni e università, che promuove la riflessione su temi consumeristi sempre con un approccio multiforme e variegato, cercando la sintesi comune solo dopo avere tenuto conto di tutti i risvolti e i punti di vista differenti che servono a comporre il quadro. Il TTIP è senz’altro uno di questi temi che per complessità necessita di differenti voci che ne discutano. Cerchiamo di farlo con due nostri soci, entrambi Associazione di Consumatori, MOVIMENTO CONSUMATORI e UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI.


Si chiama Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP per brevità. E’un nuovo trattato in fase di stesura tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, che ha lo scopo di spingere al massimo la liberalizzazione commerciale tra i due. L’obiettivo è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, cioè le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l'accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. Se e quando il progetto andrà in porto, sarà creata la più grande area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. La possibilità che entro l’anno però non si arrivi all’approvazione del trattato si fa sempre maggiore e anche per questo il presidente Usa Barack Obama, che nel giugno 2013 insieme all’allora Presidente della Commissione europea Barroso dette il via ufficiale ai negoziati, che vorrebbe chiudere non solo il trattato con la Ue ma anche il Tpp, il trattato gemello trans-pacifico entro la scadenza del suo mandato presidenziale, si è fatto investire dal Congresso americano di poteri speciali per agevolare la chiusura degli accordi. Dopo la divulgazione di una bozza della proposta di trattato nel marzo 2014 (fino ad allora erano quasi totalmente secretati i contenuti), la Commissione europea ha lanciato un giro di pubbliche consultazioni on line, aperte a tutti i cittadini della Comunità europea, su alcuni temi rilevanti del trattato, inclusa la contestata clausola ISDS (Investor-state dispute settlement) con pubblicazione, nel gennaio 2015, di relazioni sulle consultazioni e una panoramica generale ( http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm  ). Il negoziato prevede che, a trattato ratificato, si crei infatti un organismo tecnico congiunto Usa – Ue di cooperazione sulle regolamentazioni, che armonizzerebbe le normative e gli standard in autonomia, senza alcun controllo degli organismi democraticamente eletti.

Il fronte dei Sì: il TTIP viene descritto da chi lo sostiene come una grande possibilità anche per i nostri piccoli produttori alimentari, che vedrebbero ampliarsi fette di mercato oggi spesso troppo onerose per poter essere intraprese. Tanti i vantaggi che ne deriverebbero per l’Europa: aumento dei posti di lavoro, aumento dei fatturati, meno burocrazia. A dirlo non sono solo UE e USA ma anche uno studio indipendente inglese, condotto dal Centre for Economic Policy Research ( http://www.cepr.org/ ) di Londra che ha studiato l’impatto del trattato a livello globale. Secondo lo studio il TTIP porterebbe all’Europa guadagni di circa 119 miliardi di euro l’anno, una volta a regime, il che si tradurrebbe in circa 545 euro in più per ogni famiglia media europea. Tali aumenti deriveranno chiaramente da un aumento degli scambi non solo tra i due blocchi membri, ma anche con il resto del mondo: si stima un aumento dei flussi relativi alla vendita di beni e servizi del 6% per l’Euroa e dell’8% per gli USA, rispettivamente equivalenti a circa 220 miliardi per l’Europa e 240 miliardi per gli USA. Secondo lo studio, inoltre, la liberalizzazione portata dal Partenariato andrebbe a incidere su tutta l’economia mondiale, aumentando il PIL del resto del mondo di circa 100 miliardi l’anno.

Il fronte dei No: il TTIP viene contrastato da moltissime organizzazioni europee ( http://stop-ttip-italia.net/ ) e americane ( https://www.globaltradeday.org/ ) allo slogan “Prima le persone e il pianeta del profitto”. Esse sostengono che, più che l’abbassamento delle tariffe ci sia in ballo l’armonizzazione degli standard e delle normative, con un rischio concreto di indebolimento delle tutele ambientali e sociali nel vecchio continente, così come di un’espulsione dal mercato di centinaia di migliaia di produttori agricoli europei e italiani non più competitivi a causa dell’importazione di agroalimentare a basso costo. Un recente sondaggio di YouGov diffuso nel marzo scorso dimostra in alcuni Paesi europei come la Germania il numero di contrari sia sostanzialmente più alto rispetto a chi sostiene il TTIP (43% contro il 26%) e come nella patria del neoliberismo come la Gran Bretagna il confronto sia 19% “No” contro il 19% “Sì”, con un 62% di “Non so”, un numero decisamente alto per un trattato di questa portata. https://yougov.de/news/2015/03/31/viele-deutsche-sind-gegen-ttip/ 

Cosa ne pensa Alessandro Mostaccio, Segretario Generale di MOVIMENTO CONSUMATORI
www.movimentoconsumatori.it 
Obiettivo principale del negoziato è la tutela ad ogni costo dell’investitore e della proprietà privata. Più in dettaglio, i negoziati riguardano la sicurezza alimentare; le norme EU sui pesticidi, sugli OGM, sulla carne agli ormoni, sono sicuramente molto più restrittive di quelle americane e, come tali, possono venire bollate come ‘barriere commerciali illegali’. Il settore economico in cui sembra più evidente la dannosità, almeno per l’Europa, è proprio quello agroalimentare.
Andare a disciplinare, come intenderebbe fare, il comparto agroalimentare, dandosi come principale obiettivo la liberalizzazione degli scambi, assicurando che le legislazioni delle parti (USA e UE) non creino delle ingiustificate barriere al commercio significa dare per scontato che le legislazioni possano divenire simili, se non equivalenti. Peccato che, la legislazione agroalimentare europea e statunitense si trovino agli antipodi. Tale profonda diversità deriva da differenti sistemi agricoli di riferimento. Quello USA si basa su un’agricoltura intensiva monoculturale con relativamente pochi operatori. Quella UE si fonda invece sulla biodiversità con aziende mediamente più piccole e quindi più numerose. Non per niente, in Europa, l’opinione pubblica è estremamente contraria, ad esempio ad autorizzare la coltivazione degli OGM (Organismi geneticamente modificati nel DNA), sebbene, ad oggi non sia mai stato provato che possano essere pericolosi per la salute.
Pensando all’Italia il concetto sembra ancora più evidente ed è per questo che già a livello europeo abbiamo sempre lottato per ottenerne il rispetto e l’innalzamento di tutela (ex. le nostre indicazioni geografiche dop, igp, doc, ecc.) .
Accettare il TTIP significa, da ultimo, ma non da meno, spegnere tutto quel percorso culturale che sta portando soprattutto nei paesi europei (ma anche in California) a ridare centralità all’agricoltura, alle produzioni artigianali, riorientando le produzioni ed i consumi sul biologico (+9% in Italia nel 2013, e dal 2001 al 2011 le superfici agricole coltivate secondo il metodo biologico si sono incrementate del 13%. in tutta Europa, secondo uno studio condotto dalla Commissione Europea, presentato a giugno 2014), sul cibo poco impattante, sulla filiera corta, sulla riscoperta della biodiversità.
Il diritto alimentare europeo inoltre si basa su standards di sicurezza alimentare e tutela ambientale e animale molto più alti che negli USA e, nei casi in cui gli standard non siano ancora stati individuati dalla comunità scientifica, vige il principio generale di precauzione (che trova fondamento nel trattato di Lisbona), quando si tratta di autorizzare o meno l’immissione in commercio di un prodotto in assenza di fondate evidenze scientifiche che permettano un ragionevole tasso di certezza circa la salubrità alimentare del prodotto. E’ questo il nostro modo di gestire il ‘rischio’ agricolo o industriale a fronte di tecnologie innovative e ancora poco studiate. E’ proprio la differenza degli standards di sicurezza ad essere sotto attacco, perché, negli anni, è divenuto un limite alle esportazioni statunitensi.

Infatti, oggi, tutte le grandi associazioni di produttori statunitensi stanno spingendo perchè l’Europa, tramite il TTIP, riconosca l’equivalenza tra standards statunitensi e quelli europei.
Che fine farebbero ad esempio le norme dell'UE in materia di benessere animale? O la possibilità di bloccare le importazioni in caso di emergenze sanitarie (es. mucca pazza) o di limitarle per ‘altri fattori legittimi’ (quali ad es. profonde divergenze culturali)?
Perché The Feed American Industry Association ( le cui società rappresentano il 75% della produzione di mangime USA) sono contro un regolamento UE del 2002 che pone restrizioni al commercio sui sottoprodotti di origine animale utilizzati nei mangimi o alimenti per animali domestici? Perché hanno registrato un 62% di calo nel volume delle esportazioni negli ultimi dieci anni.

Pensiamo a quanto è diffuso, in quanto ammesso, negli USA l’utilizzo di antibiotici per accelerare la crescita dei bovini (l’80% degli antibiotici venduti negli USA sono utilizzati come stimolanti della crescita nella zootecnica alimentare). Pensiamo però, anche a quanti sono i morti negli USA per la resistenza agli antibiotici contenuti nelle carni? Il Centers for Disease Control and Prevention li stima in minimo 23,000 l’anno).
E’ serio considerare possibile convergere su un unico sistema regolatorio in tema di salute, sicurezza alimentare e tutela ambientale e animale?
Se motivazioni culturali e salutistiche non bastassero, domandiamoci se una totale deregolamentazione liberalizzatrice degli scambi di paesi che distano tra i 7 e i 12.000 Km abbia molto senso anche dal punto di vista ambientale. Quanto può costare in meno un chilo di carne che ha il costo di 7/10.000 Km di trasporto su nave o su aereo a trazione fossile?
Non viene forse il dubbio che l’esportazione USA miri esclusivamente alla fascia più povera dell’Europa e, più in particolare, a quella dei nuovi poveri? Lì si, potrebbero essere competitivi contribuendo, al contempo, anche a creare nuovo lavoro per i servizi sanitari nazionali dei paesi membri, i cui bilanci, tanto, come noto, godono di ottima salute!

Cosa ne pensa Agostino Macrì, Esperto di sicurezza alimentare di UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI
www.consumatori.it 
Forte è la paura che gli USA, economicamente più forti, riescano a far prevalere la logica di profitto e, nello specifico, la logica delle loro multinazionali, contribuendo così a far calare drasticamente la qualità delle merci circolanti in Europa. L’espressione di tali paure è essenziale in questa fase delle negoziazioni, perché solo così i nostri negoziatori potranno fare un lavoro sempre migliore affinché il TTIP possa davvero portare benefici all’Unione Europea e ai suoi cittadini. In Europa esistono dei regolamenti appositi relativi alla sicurezza alimentare e non verranno toccati dal TTIP, quindi i cittadini europei possono dormire sonni tranquilli. Inoltre al momento non c’è ancora nulla di certo e definito, essendo ancora in fase di negoziazione.
Secondo l’Unione Europea il TTIP incoraggerebbe fortemente l’esportazione europea verso gli USA di vino, birra, alcolici in generale e anche formaggi, prosciutti e cioccolato, tutti prodotti molto richiesti oltreoceano. Sempre secondo l’UE, gli Stati Uniti d’America beneficerebbero di un aumento della vendita di mais e soia, prodotti che vengono utilizzati anche in Italia per l’alimentazione animale. Qualcuno obietta che si tratterebbe di mais e soia geneticamente modificata e che, in modo indiretto, si finirebbe per sostenere ancora una volta le multinazionali ma a ben pensarci al momento tutta la soia mondiale è praticamente modificata geneticamente. Quanto a OGM sono convinto che l’allarmismo è decisamente esagerato. Credo sia invece necessario ricordare che senza gli OGM non potremmo disporre, come oggi facciamo, di quantità così elevate di soia e mais.
Inoltre, a chi avanza il dubbio che il Partenariato possa incentivare l’uso di OGM anche in ambiti dove per ora non si possono usare, l’UE risponde che non esiste questa possibilità. Le leggi base dell’Unione, come quelle relative agli Ogm o alla sicurezza per la vita e la salute umana, il benessere e l’ambiente non sono messe in discussione e non rientreranno nelle negoziazioni. Certo, gli organismi geneticamente modificati il cui uso è stato approvato dall’Unione Europea per la preparazione di cibi, l’alimentazione animale o la semina potranno essere venduti sul mercato europeo, ma il resto no. Al momento si tratta di 52 Ogm, che sono stati autorizzati dopo che l’organo preposto, l’EFSA; ne ha testato il rischio con una procedura che non verrà modificata in alcun modo.
Inoltre molto prima dell’ideazione del TTIP esistevano già dei Trattati Internazionali riguardanti la qualità e la sicurezza degli alimenti, in particolare il Codex Alimentarius (http://www.codexalimentarius.org  ), alla base degli accordi dell’organizzazione mondiale del Commercio . Con il TTIP si stanno cercando degli accordi bilaterali per abbattere alcuni ostacoli che rendono ancora difficile commerciare tra USA e UE. La persona a capo dell’elaborazione del trattato è De Castro, il rappresentante politico dell’UE nei rapporti con gli USA, in un convegno, ha ricordato che non essere presenti all’elaborazione di questo trattato farebbe perdere l’occasione di proteggere le piccole produzioni e i piccoli imprenditori esistenti in Europa. Quindi, è chiaro che il ruolo dei negoziatori sarà quello di facilitare la vita anche a queste persone. E’ altrettanto probabile che la negoziazione sarà serratissima, perché entrambi gli attori in gioco vorranno portare a casa il più possibile. Certo, in questo momento è importante che tutte le paure vengano messe sul tavolo, così che i nostri negoziatori sappiano anche su quali aspetti lavorare maggiormente. Ma ricordiamo che il testo esistente per ora, disponibile on-line peraltro, è solo una bozza, dal momento che le negoziazioni non sono finite. Ciò che è essenziale è che il trattato assicuri la sicurezza alimentare ai cittadini, garantendo che non facciano male e che diano i giusti principi alimentari a chi li consuma.
Quanto alla questione dell’etichettatura, che in Europa è più recente e completa di quella americana, né l’Unione Europea né gli USA vogliono modificare la legislazione sulla sicurezza alimentare. L’UE assicura che le negoziazioni di scambio non andranno a mettere a rischio la salute dei consumatori per ottenere dei vantaggi commerciali. Quel che vogliamo è riuscire a ridurre le barriere commerciali tra i due Paesi per creare nuove opportunità di mercato e per aiutare a crescere nuovi lavori. Quindi, come verranno fermati organismi geneticamente modificati che non siano stati studiati e approvati dall’EFSA, allo stesso modo non verrà accettato l’ingresso di carne proveniente da animali allevati usando ormoni della crescita, dal momento che vogliamo proteggere la vita e la salute umana, il benessere e la salute degli animali, l’ambiente e gli interessi dei consumatori. Da tempo negli allevamenti USA esistono due tipi di animali: quelli destinati al mercato interno, allevati con l’ormone della crescita, e quelli destinati al mercato europeo, allevati senza l’uso di alcun ormone. Negli USA sono già abituati a fare entrambe le cose, semmai potremmo essere noi a incentivare gli allevatori americani a eliminare gli ormoni della crescita anche per il mercato interno.
Quanto alle IGP, DOP, IGT, DOC e DOCG, denominazioni che non piacciono agli USA che vorrebbero invece liberalizzare la vendita di prodotti italian sounding, l’UE assicura che una delle principali attenzioni che porrà durante le negoziazioni è la protezione di tutti i marchi di origine. Non resta che crederle, continuando a monitorare la situazione e far valere le conquiste in tema consumerista fino ad oggi raggiunte nell’ambito della sicurezza alimentare, dell’etichettatura e della qualità dei controlli.

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