Appalti pubblici, il “tesoro” della corruzione è nelle infrastrutture

Nel 2011 i contratti pubblici per opere, forniture e servizi rappresentavano circa il 15,9% del PIL italiano. Nello stesso anno il valore delle gare d’appalto pubblicate nella Gazzetta Ufficiale in percentuale della spesa totale per i contratti di opere, forniture e servizi era del 18,3%. In Italia il ricorso a procedure negoziate (soprattutto senza pubblicazione del bando) è più frequente della media: nel 2010 rappresentava infatti il 14% del valore dei contratti, contro il 6% della media dell’Unione. Questo fattore aumenta il rischio di condotte corrotte e fraudolente. Secondo il sondaggio Eurobarometro del 2013, per gli italiani la corruzione è un fenomeno diffuso negli appalti pubblici gestiti dalle autorità nazionali (70% dei rispondenti italiani contro il 56% della media UE) e negli appalti gestiti dagli enti locali (69% dei rispondenti italiani contro il 60% della media UE). I cittadini italiani ritengono le seguenti pratiche particolarmente diffuse nelle gare d’appalto pubbliche: capitolati su misura per favorire determinate imprese (52%); abuso delle procedure negoziate (50%); conflitto di interesse nella valutazione delle offerte (54%); offerte concordate (45%); criteri di selezione o di valutazione poco chiari (55%); partecipazione degli offerenti nella stesura del capitolato (52%); abuso della motivazione d’urgenza per evitare gare competitive (53%); modifica dei termini contrattuali dopo la stipula del contratto (38%).
Il settore delle infrastrutture è quello in cui la corruzione degli appalti pubblici risulta più diffusa (le risorse in gioco sono cospicue): secondo studi empirici, in Italia la corruzione risulta particolarmente lucrativa nella fase successiva all’aggiudicazione, soprattutto in sede di controlli della qualità o di completamento dei contratti di opere/forniture/servizi. La Corte dei conti ha più volte constatato la correttezza della gara, il rispetto delle procedure e l’aggiudicazione dell’appalto all’offerta più vantaggiosa, mentre la qualità dei lavori viene intenzionalmente compromessa nella fase di esecuzione. La Corte dei conti ha fatto presente una carenza dei propri poteri di controllo: la Corte non può infatti eseguire controlli ad hoc senza preavviso, il che si ripercuote negativamente sul tasso di accertamento delle irregolarità.
Solo nelle grandi opere pubbliche la corruzione (comprese le perdite indirette) è stimata al 40% del valore totale dell’appalto. Grandi opere di costruzione come quelle per la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto del 2009, per l’Expo Milano 2015 o per la Tav (linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione) sono viste come particolarmente esposte al rischio di distrazione di fondi pubblici e infiltrazioni criminali. L’alta velocità è tra le opere infrastrutturali più costose e criticate per gli elevati costi unitari rispetto a opere simili. Secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli,
74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro. Differenze notevoli di costo che non possono non far pensare ad una cattiva gestione o irregolarità delle gare per gli appalti pubblici.
Nell’ultimo anno l’Italia sta prestando una crescente attenzione a questi problemi ed è intervenuta con alcune leggi, come la normativa sulla tracciabilità dei flussi finanziari degli appalti pubblici, promuovendo nuovi progetti per rintracciare le operazioni finanziarie e prevenire le infiltrazioni mafiose o sviluppando la capacità del Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere. La legge anticorruzione ha introdotto ulteriori misure, come l’obbligo per tutte le amministrazioni di pubblicare online i conti e i bilanci annuali, di indicare la ripartizione dei costi delle opere e dei servizi pubblici e di fornire informazioni dettagliate sulle gare in corso e già concluse.
La legge prevede anche una banca dati sugli appalti pubblici e l’obbligo per i prefetti di istituire elenchi di operatori economici non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa, misura in fase di attuazione. Il 30 settembre scorso l’Anac ha sottoscritto con il Dipartimento Politiche Europee un Protocollo d’intesa per avviare una collaborazione stabile in tema di Appalti Pubblici.
L’accordo prevede la gestione congiunta delle attività connesse alla Presidenza italiana del Public Procurement Network, la rete europea per gli appalti pubblici creata per favorire la cooperazione informale tra le amministrazioni nazionali competenti in materia per lo scambio di informazioni e best practices. Il Protocollo, inoltre, sancisce la collaborazione nella fase di esame dei progetti di atti legislativi dell’Unione Europea e nella fase di trasposizione degli stessi nell’ordinamento nazionale, con particolare riferimento all’attività di recepimento delle nuove direttive in materia di appalti pubblici e concessioni.


Questo sito web utilizza cookie. Continuando la navigazione si accettano gli stessi.