COP21, verso un nuovo accordo internazionale sul clima

In vista della Conferenza di Parigi sul clima (COP 21), l’edizione di quest’anno della Settimana Europea della Mobilità (16-22 settembre) è stata dedicata alla multimodalità e alle giornate senz’auto, con eventi in oltre 2000 città per promuovere soluzioni innovative di mobilità urbana in grado di contribuire agli obiettivi climatici e di decarbonizzazione dell’UE. Come sottoli neato dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la lotta contro i cambiamenti climatici verrà vinta o persa nelle città, dove vive il 75% degli europei e che rappresentano l’80% del consumo europeo di energia.

A proposito di sfide, il 30 novembre prossimo si apre a Parigi la Conferenza internazionale sul clima, il cui obbiettivo principale è quello di stabilire una serie di politiche volte a far fronte al pericolo dovuto al riscaldamento globale, fissando un quadro generale per le iniziative della comunità internazionale. Il pri mo passo del negoziato, verso cui tendono tutti, è quello di limitare il riscaldamento globale a 2 gradi centigradi entro il 2100. I Paesi che potrebbero su birne le maggiori conseguenze, come gli Stati insulari, avrebbero preferito porre il limite a 1,5 gradi, ma gli altri Paesi non considerano l’obiettivo come fattibile. Per raggiungere questa meta è necessario limitare in maniera drastica le emissioni di gas serra, sebbene si stia ancora discutendo sul come far fronte a questa necessità: non è ancora chiaro se l’accordo finale contemplerà cifre vincolanti o direttive vaghe che lascia no maggior libertà d’azione ai singoli Paesi impegnati in tal senso. Inoltre, secondo gli esperti, aspettare il
2020 (anno in cui dovrebbe entrare in vigore il nuovo accordo) potrebbe portare a conseguenze più devastanti sul fronte del riscaldamento globale, a cui sarà difficile far fronte. In quest’ottica, dunque, l’impegno preso da molti Paesi di ridurre o limitare le emissioni entro il 2025 o il 2030 non risulta sufficiente, dato che il riscaldamento passerebbe dagli attuali 4 gradi stimati a circa 3 gradi, che sono comunque trop pi per non aspettarsi danni ingenti al Pianeta.

Per quanto riguarda invece i finanziamenti, già nel 2009 i Paesi sviluppati si erano impegnati a stanzia re le risorse necessarie per finanziare le iniziative per la riduzione dei gas serra anche nei Paesi poveri, con l’obbiettivo di arrivare a 100 miliardi di dollari all’anno dopo il 2020. Ancora però è tutto in fase di svilup po e non è stato deciso quali finanziamenti vadano contabilizzati, se pubblici e privati, prestiti o donazioni. L’Ocse ha valutato in 62 miliardi di dollari i finan ziamenti erogati nel 2014, includendo anche i prestiti; i Paesi in via di sviluppo, dal canto loro, pretendono che questi finanziamenti si aggiungano e non si sostituiscano ai fondi per lo sviluppo, chiedendo inoltre che vi sia un riequilibrio fra le somme stanziate per la riduzione delle emissioni e quelle destinate a far fronte agli effetti del global warming. Infine, i Paesi in via di sviluppo chiedono, oltre al denaro necessario, anche il trasferimento delle tecnologie indispensabili per limitare le emissioni e un’assistenza tecnica per l’adattamento ai cambiamenti climatici; tra questi, ad esempio, il rafforzamento dei sistemi di allerta, ancora deboli nei Pvs.


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