Paolo Carsetti - Portavoce Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.

La vittoria dei referendum sull’acqua di un anno fa ha rappresentato un momento di straordinaria partecipazione democratica. Cosa è rimasto dell’espressione di volontà di 27 milioni di cittadini e cittadine? Ne abbiamo parlato con Paolo Carsetti, referente campagna acqua bene comune.

Il referendum un anno dopo: cosa doveva accadere e cosa è stato fatto?
I referendum sui quali si sono espressi i cittadini il 12 e il 13 giugno 2011 erano, in effetti, due: il primo prevedeva l’abolizione del decreto Ronchi che imponeva la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali compreso il servizio idrico. Il secondo quesito referendario aboliva dalla tariffa la voce relativa alla ‘remunerazione del capitale investito’, un vero e proprio privilegio introdotto nel passato che oscilla tra il 10 e il 20%, attraverso il quale si crea profitto sulla gestione dell’acqua. Gli italiani si sono espressi a maggioranza assoluta, ma come purtroppo accade in Italia, anche le vittorie più chiare della democrazia vengono messe in discussione. Ad oggi la “remunerazione del capitale investito” è stata eliminata dalle tariffe solo da 2 autorità d’ambito (Imperia e Belluno), nonostante si dovesse farlo – come ha stabilito la Corte Costituzionale nella sentenza n. 26/2011 – fin dal giorno dopo la proclamazione della vittoria referendaria. Ma non solo. Nel documento posto in consultazione pubblica dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas (cui il governo Monti ha provveduto ad affidare la riorganizzazione del sistema tariffario) viene reintrodotta, sotto mentite spoglie, la voce relativa alla ‘remunerazione del capitale investito’ che viene chiamata ‘oneri finanziari sul capitale immobilizzato’.
Riguardo il primo quesito, infine, pochi mesi dopo la vittoria referendaria, ad agosto del 2011, l’allora governo Berlusconi approvò anche un decreto con cui reintroduceva una parte del decreto Ronchi (abolito dal referendum): esso reinseriva l’obbligo di privatizzazione dei servizi pubblici locali ad esclusione di quello idrico.

La gestione pubblica dell’acqua è davvero sempre sinonimo di efficienza, qualità e trasparenza?
La sensibilità dimostrata nel corso della campagna referendaria ed il voto dimostrano che l’opinione pubblica è convinta che l’acqua deve sfuggire alle logiche di mercato. Il processo di privatizzazione si è dimostrato un fallimento: la qualità dell’acqua non è migliorata mentre le tariffe sono aumentate del 60%. Anche gli investimenti promessi non ci sono stati, anzi sono diminuiti vertiginosamente: da circa 2 miliardi di euro si è arrivati a circa 700 milioni. La gestione pubblica del servizio idrico integrato è condizione necessaria ma non sufficiente a garantire efficienza e trasparenza: bisognerebbe, piuttosto, costruire un nuovo modello di gestione che preveda la partecipazione diretta dei cittadini e di chi ci lavora.

In cosa consiste la campagna di “obbedienza civile”?
La campagna di “obbedienza civile” consiste nel pagare le bollette, relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011, applicando una riduzione pari alla componente della “remunerazione del capitale investito”.  E’ stata chiamata di “obbedienza civile” perché non si tratta di “disubbidire” ad una legge ingiusta, ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari. Lo scopo principale della campagna di “obbedienza civile” è ovvio: ottenere l’applicazione del risultato che è inequivocabilmente scaturito dai referendum. Ad oggi diverse migliaia di cittadini stanno pagando una bolletta ‘decurtata’.

Avete valutato le conseguenze per il consumatore? Ad esempio: come gestire il contenzioso che inevitabilmente si aprirà per le contestazioni delle bollette?
Ad oggi solo alcuni gestori hanno risposto minacciando gli utenti di adire le vie legali o, addirittura, di interrompere la fornitura. Ma sono rimaste minacce dal momento che i gestori sanno molto bene che tutta la giurisprudenza è a favore dell’utente rispetto all’eventuale distacco idrico. In ogni caso abbiamo già predisposto a favore dei cittadini un sistema di tutele.

Dalle campagne di mobilitazione dall’alto valore simbolico al servizio universale efficiente e di qualità? Cosa occorre per raggiungere questi obiettivi?
A nostro avviso è necessario avviare il processo di ripubblicizzazione affidandolo a enti di diritto pubblico, gli unici che possono prevedere al loro interno forme di partecipazione diretta. Occorre anche rivedere il sistema di finanziamento: gli investimenti necessari sono ingenti e devono essere resi possibili sia attraverso un intreccio tra leva tariffaria e fiscalità generale. Si può pensare, ad esempio, a tasse di scopo che confluiscono in un Fondo destinato ai finanziamenti, oppure a emissioni di obbligazioni a livello locale. Infine, la Cassa Depositi e Prestiti deve tornare a svolgere la sua funzione originaria: prestare soldi a tassi agevolati agli enti locali.

 



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