Dalla repressione alla prevenzione: l’Italia ha una nuova legge anticorruzione

Dal 2012 le cose sono iniziate a cambiare: per rispondere alla profonda e preoccupante inquietudine che stava  crescendo  all’interno  dell’opinione  pubblica, il Governo ha varato una serie di riforme anticorruzione. Il passo più importante è stata la nuova legge anticorruzione, adottata con il voto di fiducia il 6 novembre 2012. La legge ha introdotto, prima di tutto, un cambio di mentalità all’interno della pubblica amministrazione, passando da una strategia di repressione ad una di prevenzione, che punta a responsabilizzare i pubblici ufficiali. La legge istituisce un’autorità nazionale anticorruzione responsabile della strategia globale (prima Civit-Commissione per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle amministrazioni pubbliche, poi Anac-Autorità nazionale Anticorruzione). Inoltre amplia la portata dei reati di corruzione, introduce nuovi reati tra cui l’induzione indebita a dare o promettere utilità, e il reato di traffico di influenze illecite con una norma che sanziona anche la condotta attiva, punisce la corruzione tra privati e inasprisce le sanzioni penali per una serie di reati di corruzione. Il testo prevede che ciascuna amministrazione si doti di un piano d’azione contro la corruzione e introduce nuove norme sulla trasparenza nell’uso delle  risorse  pubbliche,  sull’accesso  all’informazione, sulla pubblicazione obbligatoria della situazione patrimoniale dei titolari di incarichi politici e sulla responsabilità per il danno all’immagine della pubblica amministrazione. La nuova legge prevede anche codici di comportamento, introduce disposizioni sulla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti e rafforza alcune disposizioni sul conflitto di interessi, sull’incompatibilità (con periodi di riposo obbligatori) e sui procedimenti disciplinari.
Per spezzare all’origine i legami tra politica e corruzione, nell’ambito della nuova legge il Governo ha adottato altri due decreti: quello sull’incandidabilità dei condannati e quello sull’incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni in seguito a condanne. Il primo decreto (applicato nel caso della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi in seguito alla condanna per frode fiscale) vieta di ricoprire cariche elettive e di governo a livello centrale e regionale in seguito a condanne definitive per reati di corruzione o altri reati contro la pubblica amministrazione e prevede termini di incandidabilità due volte più lunghi della corrispondente sanzione e comunque non inferiori a 6 anni.
Il secondo prevede l’inconferibilità e l’incompatibilità (temporanee o permanenti, a seconda del tipo di sanzione) di incarichi presso le pubbliche amministrazioni in seguito a condanne definitive o non definitive per i reati contro la pubblica amministrazione, compresa la corruzione.


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